martedì 8 febbraio 2011

Senti chi parla ...


La provincia di Bolzano ha recentemente annunciato che non parteciperà a nessun evento per la celebrazione dei 150 anni dell'Unità d'Italia. Luis Durnwalder, presidente della giunta provinciale altoatesina, nel confermare che la Provincia Autonoma di Bolzano non sarà presente a nessun festeggiamento ufficiale a Roma, ha dichiarato:"Noi ci sentiamo una minoranza austriaca e non siamo stati noi a scegliere di far parte dell’Italia. Anche per questo motivo non abbiamo grande interesse di parteciparvi".
E' decisamente sorprendente pensare quanto questi italo-austriaci (fortunatamente non tutti) siano scarsi in materia storica: se ora fanno parte dello Stato Italiano è perchè, purtroppo, si tratta di un'"eredità" di una I Guerra Mondiale "regolare" con tanto di dichiarazione.
Senza voler esaltare ideali neoborbonici, è doveroso ricordare che la situazione del Sud Tirol è estremamente differente a quella del Regno delle Due Sicilie, che 150 anni fa è stato occupato senza alcuna dichiarazione di guerra.
I "terùn" si sono trovati di fronte a una vera e propria invasione, con conseguente massacro civile ed economico e la distruzione di ogni tipologia di realtà industriale che stava cominciando a emergere e, dulcis in fundo, l'enorme debito pubblico Sabaudo affibbiato anche ai meridionali.
Gli altoatesini, una volta persa la guerra, sono passati dalla situazione di terroni austriaci a cittadini italiani quasi privilegiati grazie allo Statuto di Autonomia del 1972.
Proprio per questo motivo, sarebbe opportuno che il signor Durnwalder scenda in strada e ascolti gli umori dei suoi conterranei: un altoatesino su quattro è di madrelingua italiana (addirittura 3 su 4 nel comune di Bolzano) e di "tornare" in Austria non ne vuole neanche sapere.
Anche la parte tedesca è ben felice di rimanere in Italia: tornare a essere i terroni di Vienna significherebbe perdere numerosi benefici di tipo economico.
Sarebbe saggio e opportuno un passo indietro da parte del presidente del Südtiroler Bauernbund, non solo per una questione di "stile", ma anche per cercare di dimostrare una buona volta di amare la nostra Nazione e non sentirci italiani solo quando vince la Nazionale.

Antonello Giannattasio

venerdì 28 gennaio 2011

L'eliminazione delle amenità


Non molto tempo fa, durante una puntata del programma televisivo di Raitre “Ballarò”, è stata ospite il Ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini e durante uno dei suoi (in)felici interventi ha dichiarato: «Piuttosto di tanti corsi inutili in Scienze delle Comunicazioni o in altre amenità servono profili tecnici competenti che incontrino l’interesse del mercato del lavoro» suscitando un certo malumore tra i laureati e i laureandi in Scienze della Comunicazione, e non comunicazioni come affermato dal ministro.

A questo punto, bisogna capire quali siano queste altre amenità. Presto detto: l’agenzia che valuta gli atenei e che decide sugli stanziamenti alla ricerca ha incluso solo scienziati e università settentrionali nei criteri di valutazione, provocando le proteste accese di umanisti e docenti del Mezzogiorno.

Non sono mancati commenti fuori luogo da persone non proprio vicine al governo: uno su tutti, Piergiorgio Odifreddi, che, con la sua spocchia tipicamente scientista, non ha perso l’occasione di riproporre, in versione virtuale sul suo blog, la solita e noiosa disputa tra umanisti, che ritengono le scienze esatte troppo “manualistiche” e scienziati, che definiscono le materie umanistiche, appunto, sciocchezze e amenità.

E’ quantomeno ridicolo parlare di lobby umanista, quando proprio le materie scientifiche, dati alla mano, sono quelle ritenute più blasonate e il poveretto che si iscrive a lettere o a scienze storiche è visto come un perdigiorno che non ha voglia di studiare. Un consiglio al signor Odifreddi: non si avventuri in discorsi del genere quando lo “sfaticato” di turno starà preparando una sciocchezza d’esame come “Storia medievale”, potrebbe diventare violento.

Il matematico originario di Cuneo non è nuovo alle spiacevoli uscite: non tantissimo tempo fa aveva stroncato “La montagna incantata” di Thomas Mann , definendo il celebre scrittore tedesco “logorroico”.

Snobbando la letteratura, l’arte e la storia, si sta confermando, in maniera sempre più decisiva, un processo di involuzione culturale. Conseguenza più che sensata nell’(ex)Belpaese, ora terra di postriboli (quelli veri) tristemente giustificati da una grandissima parte di abitanti lobotomizzati.

Antonello Giannattasio

martedì 25 gennaio 2011

Invito alla poesia.

Interessante la poesia di questo artista cilentano, il quale racconta una realtà non esclusivamente associabile al momento delle festività, pasquali e non. Spesso abbiamo ormai la sensazione di aver perso quella calda atmosfera che precede e accompagna un momento celebrativo, inteso non solo come avvenimento religioso ma anche e soprattutto come specchio sociale. L'identità è la matrice fondamentale di un popolo e senza questa si rischia di naufragare nel piatto mare dell'omologazione. La festa era un motivo di ritrovo comune e gioioso di piccole realtà contadine che vedevano in semplici dolci ornati da uova bollite un pasto d'eccezione, da preparare esclusivamente per le grandi occasioni. Vivere delle risorse esistenti in paese non significava necessariamente vivere di un contentino, anzi, la semplicità quotidiana veniva sublimata per essere concorde al clima festivo. Col passare del tempo e con l'avvento del progresso, l'attaccamento alla propria terra e alle proprie tradizioni non è da ritenersi un atteggiamento anacronistico, bensì una virtuosa espressione del proprio bagaglio culturale.

                                                                                          Rachele Sorrentino.
                                                                                                                                                                                                                           

L'ADDORI RE' LA PASCA
Songo tant'anni,
ca' nun se sente cchiù
l'addori re la Pasca.
Mo la ggente
se vace a fari la crociera.
Pe' li paisi sotici
se ne vano a jre,
pi po' mannà
li cartoline a li paisani
pe' affà vedè
ca' pure loro
songo stati all'estero.
‘Ntiempi re ‘na vota,
quanno se patìa la fammi,
se faciano li vicci
cu' l'ova vuddute ‘ngoppi,
‘mbastati cu la farina re raurinio.
Li ricchi faciano la pastiera,
re grani oppure re risi,
cu' lu mmeli accuovoto
ra li vicini re la casa
e la menesta cu' li foglie
truvate ‘nzimm'à lu bosco
ca' circunnava lu pajese.
Chesti tradizioni
mo' l'hanno lassate
propete tutti quanti:
mo' fanno primma:
vanno a lu risturanti.

Catello Nastro.

RECLAIM YOUR BRAIN




Adesso Cuffaro va in galera. Bene, a ciscuno il suo, si potrebbe dire, ma non basta.
Bisogna chiedersi se il sistema è cambiato. Se la Sicilia è cambiata o se invece è cambiata l’Italia. Se la “linea della palma”, come la chiamava Sciascia, non sia ormai salita sin ben oltre la Padania?

Amaramente dico che c’è poco da festeggiare per un Cuffaro che va in galera. Altri Cuffaro stringono il potere in Sicilia e nel nostro Paese. Hanno facce diverse, colori diversi, ma è il Paese che è consono a questo sistema. Lo specchio amaro di Cetto Laqualunque ci riflette tutti. Cuffaro paga, bene. Ma quanti Cuffaro, quanti Cetto Laqualunque e quanti Berlusconi vivono nelle nostre anime e accecano i nostri cuori?>

Questa è una breve riflessione che ho appena letto, mi sembrava il caso di condividerla sul nostro blog.
Siamo giunti, ad un punto in cui il ruolo delle istituzioni è in discussione.
Sembra strano, ma l'Italia è una Repubblica democratica in cui la giustizia è sotto accusa. Paradosso.
Cuffaro è stato condannato, grazie ad un lavoro d'indagine che andava avanti da anni e soprattutto grazie a quelle intercettazioni che oggi sono poste sotto i riflettori perchè, si dice, violenterebbero la privacy.
L'Italia è un Paese in cui il Presidente del Consiglio può piombare telefonicamente in una trasmissione (La 7, una delle poche a sfuggire al suo controllo) e offendere senza un minimo ritegno.
Non voglio fare un discorso di morale, ma se è tutta una montatura per far cadere il Governo perchè il signor Berlusconi non si presenta davanti ai Magistrati di Milano?
L'Italia è un Paese in cui
l'uguaglianza sarà forse un diritto, ma nessuna potenza umana saprà convertirlo in un fatto.

sabato 22 gennaio 2011

"I mi nni vogliu j a lu Cilientu"

Solcato ormai il quarto anno di vita cittadina e avendone conosciuto i più svariati aspetti, sono arrivata a determinate conclusioni che distruggono gli innumerevoli luoghi comuni, i quali disegnano il paese come un luogo chiuso, sotto tutti i punti di vista. Paradossalmente, ho riscontrato nell'ambiente cittadino tante di quelle incoerenze da credere che, in confronto, il mio paese segua una condotta libera piuttosto che ottusa. Aprendo questo argomento non mi permetto di generalizzare, semplicemente parlo di una mia esperienza che quasi sicuramente tocca la maggior parte delle persone che si ritrovano ad abitare in città dopo aver vissuto molti anni in paese. Innanzitutto, basti pensare al fenomeno dell'omologazione: ognuno dei miei coetanei paesani è cresciuto distinguendosi dagli altri per mezzo della propria personalità, con aspirazioni ed idee completamente differenti. I ragazzi della mia età cittadini non riescono a vivere nella solitudine, necessitano di appartenere ad un branco ad ogni costo, anche se questo comporti la rinuncia alle proprie peculiarità. La sfera affettiva è completamente annientata, le amicizie lasciano il tempo che trovano e sono quasi principalmente dei legami di comodo o instaurati per una necessità momentanea. Le mie amicizie di paese sono ventennali, perdurano nel tempo nonostante la distanza e non dimenticano il passato come se fosse un qualcosa al quale non abbiano partecipato. Ancora più complesso l'aspetto culturale: una città così ricca di attrattive e musei di cui maggiormente i cittadini non hanno idea, i quali frequentano i soliti quattro locali famosi, lasciando sempre deserti luoghi come i caffè letterari che diventano posti di ritrovo elitari, adatti a persone che rifiutano di unirsi alla massa. La separazione dei ruoli in città è evidente, chiunque si senta un po' sopra le righe diventa un emarginato schernito dal branco, differentemente dal paese, in cui, anche se può sentirsi incompreso, mantiene il suo ruolo riconoscibile all'interno del sistema. Invece in città è facile che colga la sensazione di non essere nessuno, di trovarsi come un puntino su di una pagina bianca di cui, laddove cancellato, non resta alcuna traccia. In paese la traccia di noi stessi resta comunque e seppur manchino tante cose, per certo una non manca: l'essere una immagine definita seppur in mondo completamente sfumato. 
 
Rachele Sorrentino

giovedì 13 gennaio 2011

Cinema: una parola, mille significati. Le origini.

Il cinema, nelle vesti di successore della fotografia, nasce come mera arte visiva, prima ancora di trasformarsi in un elaborato specchio della profondità e dell’ambiente onirico umano. Il primo tentativo di riprodurre delle immagini in movimento risale alla seconda metà del 1600, attraverso l’invenzione della lanterna magica, antenato del nostro comune proiettore. George Eastman nel 1885 inventò la pellicola in celluloide, sulla quale venivano sovraimpressi i fotogrammi privi di pista sonora, ufficializzata da Edison nel formato di 35 mm. Tale formato acquistò consenso presso le case di produzione cinematografica e venne omologato, all’interno di tutto il mercato, fino agli anni trenta. Lo stesso Edison inventò nel 1889 la cinepresa (madre dell' odierna macchina da presa, la quale scattava consecutivamente varie fotografie impresse sulla pellicola da 35 mm) e il kinetoscopio (apparecchio che riproduceva le immagini scattate in sequenza ordinata). Convenzionalmente, la data di nascita del cinema è posta nel 1895, durante la prima proiezione pubblica di alcuni brevissimi film/reportage girati dai fratelli Lumière i quali, utilizzando una invenzione da loro brevettata e denominata cinématographe (apparecchio che proiettava le immagini su di uno schermo), riuscirono a riprodurre semplici scene di vita quotidiana fine ottocentesca, sottolineando un neonato entusiasmo per la realizzazione del movimento sullo schermo. L’aver attributo a tale avvenimento una rilevanza tale da concepirlo come genesi di tutto il complesso cinematografico non è solamente riconducibile all’entità fisica dei mini film dei Lumiére, piuttosto, è da sottolinearne il contorno: una sala adibita ad un intrattenimento generale di un pubblico pagante e l’intenzione comunicativa. La traccia audio, inizialmente composta esclusivamente da musica strumentale, veniva riprodotta in contemporanea alla pellicola, senza essere su questa sovraimpressa, da delle casse in fondo alla sala. Difatti, fino agli anni trenta regnerà il cinema così detto “muto”, il quale, sottolineando la mimica degli attori privi di una espressione verbale, si focalizzava esclusivamente sulla capacità comunicativa dell’immagine ( basti pensare all’attore regista Charlie Chaplin), coadiuvata talvolta da significative didascalie. Il primo film inteso secondo l’accezione moderna che sia stato prodotto dalla storia del cinema è “Nascita di una nazione” di David W. Griffith del 1915, il quale è ambientato durante la guerra di secessione americana. Un tale pioniere cinematografico racchiude in sé i primi elementi necessari alla composizione del montaggio filmico, quali l’inquadratura (sezione di spazio filmico riprodotta da una mdp) la sequenza (unità filmica fondamentale priva di stacchi di inquadratura) e la scena (oggetto dell’inquadratura).
Questi sono i presupposti che hanno permesso l’ingranaggio di una delle macchine più sofisticate, composite e comunicative che l’uomo abbia mai prodotto.

Rachele Sorrentino

mercoledì 12 gennaio 2011

ADSL: la Telecom si "dimentica" di San Giovanni a Piro

E' una vera e propria ingiustizia quella che stanno subendo gli abitanti di San Giovanni a Piro,infatti la Telecom Italia s.p.a., società fornitrice della linea telefonica nazionale,si è curiosamente"dimenticata"di aumentare la potenza dell' ADSL sangiovannese. Attualmente la linea telefonica adibita ad ADSL è disposta dalla società di Galateri di Genola a 640 kb nominali a fronte dei 7 Mb impostati per i comuni di Camerota e Santa Marina.
Come se non bastasse, i residenti di San Giovanni a Piro sono costretti a  pagare questo servizio,a dir poco scadente e "anacronistico", allo stesso prezzo esercitato nei comuni di Camerota e Santa Marina,ma, a differenza della popolazione sangiovannese, i cittadini dei comuni sopra riportati possono  utilizzare internet avendo una potenza decisamente elevata . Lo scorso 26 novembre, i consiglieri comunali del gruppo della "Margherita", Ferdinando Palazzo e Felice Gagliardo hanno richiesto all'Amministrazione Comunale di sollecitare l'ente telefonico nazionale al fine di adeguare il  servizio ADSL nel comune a 7 Mb.
In un mondo dove è necessario stare sempre al passo coi tempi e, soprattutto, tenere d'occhio il portafogli , il comune di San Giovanni a Piro non deve sentirsi escluso dalla possibilità di ottenere un servizio migliore allo stesso prezzo esercitato finora.

Mattia Beati